«Avevo quattordici anni quando trovai una pistola lanciarazzi della guerra del ’15–‘18: fu quel giorno che iniziò la mia passione per le cose vecchie. Le mie possibilità economiche erano allora limitatissime; lo stesso, riuscivo a guadagnare qualche soldo rivendendo gli arnesi acquistati nei bric-à-brac e rutamàt del circondario.
Qualche anno più tardi mi recai in Inghilterra: terminato un corso di lingua ad Oxford, mi trasferii a Londra, lì dove finii gli ultimi soldi che avevo messo da parte per l’avventura inglese; fortunatamente trovai presto lavoro a Soho, come aiuto-cameriere in un ristorante italiano. Sul Tamigi passai sei mesi, visitando ogni sabato il famoso mercatino di Portobello Road, a Notting Hill; imparai molto, e mi portai un po’ di cianfrusaglie a casa: piccoli avori, bastoni da passeggio, orologi da tasca. Tante cose curiose che mi aprirono gli occhi su quella che poteva essere una futura attività commerciale. Il rientro in patria non fu comunque una libera scelta: dovetti obbligatoriamente rientrare in Italia perché, nel frattempo, era arrivata la cartolina del servizio militare.
Conclusa la naja, e tornato a casa, notai sul Viale Zara, vicino al Rondò di Monza, una cadente cascina; la presi in affitto. I proprietari mi concessero un canone favorevole, perché, oltre ad averla in parte restaurata, me ne prendevo cura».
«A maggio ottenni la licenza di vendita di antiquariato dal Comune di Monza. Mi feci quindi prestare dai miei fratelli tre milioni di lire, che mi permisero di fare il mio primo sostanzioso acquisto, nel Regno Unito. Acquistai principalmente mobili: credenze, tavoli, sedie, poltrone, ed altre cose minori dell’età vittoriana.
A Leeds conobbi poi un personaggio straordinario — l’antiquario Charles Seep — che mi portò a conoscere negozi e magazzini di antiquariato per tutta l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Per un decennio feci avanti e indietro, anche otto volte l’anno, tra l’Italia e le Isole Britanniche: guadagnando un po’, e imparando molto».
«Col tempo venne però meno l’interesse generale per i mobili inglesi; fortunatamente, avevo nel frattempo accumulato molte altre cose interessanti. Nell’Ottocento il Regno Unito aveva dominato mezzo mondo, ed era possibile trovare sul suo territorio un’infinità di oggetti in argento, in avorio, in legni pregiati; oggetti apprezzatissimi dai collezionisti, me compreso.
Cominciai perciò a frequentare assiduamente, con le mie rarità d’oltremanica, i mercatini italiani: Bollate, Brescia, Bergamo, Arezzo, Città di Castello. Nel frattempo mi ero sposato, e grazie anche al sostegno di mia moglie cominciammo a partecipare alle mostre: il Mercante in Fiera di Parma, Sabbioneta, Verona, Modena, Cortona, Pennabilli, Siena… e poi quelle di Milano: la Permanente di Via Turati, la Biennale in Fiera. Esposizioni fantastiche che ci stimolarono a migliorare la qualità delle nostre cose, la loro rarità e bellezza. Spesso scoprivamo oggetti poco conosciuti, ma molto importanti: strumenti scientifici, antichi libri religiosi ricchi di pagine miniate, smalti francesi, vanitas di vario genere, ed altre rarità che proponevamo ai collezionisti.
Sognavamo di acquistare un caravan per essere più liberi e godere al meglio questa vita un po’ zingaresca: ma le cose cambiarono».
«Un antiquario di Via Madonnina, in Brera, aveva infatti deciso di andare in pensione: ci stabilimmo perciò nel suo negozio. Ciò ci permise di migliorare il nostro lavoro, con antiquariato più prezioso e più raro. Da allora in via Madonnina c’è ancora la nostra sede. Il luogo è piccolo, ma colmo di cose preziose, e molto rare.
Dal 2008 sono seguito da mia figlia Cristina, che mi segue appassionandosi a tutto ciò che ci passa tra le mani. Ora è lei l’antiquaria, ed io sono il consigliere.
Mi piacerebbe ritrovare una pistola lanciarazzi del ’15–’18. La metterei in un cofanetto, con la scritta Non in vendita».
«Avevo quattordici anni quando trovai una pistola lanciarazzi della guerra del ’15–‘18: fu quel giorno che iniziò la mia passione per le cose vecchie. Le mie possibilità economiche erano allora limitatissime; lo stesso, riuscivo a guadagnare qualche soldo rivendendo gli arnesi acquistati nei bric-à-brac e rutamàt del circondario.
Qualche anno più tardi mi recai in Inghilterra: terminato un corso di lingua ad Oxford, mi trasferii a Londra, lì dove finii gli ultimi soldi che avevo messo da parte per l’avventura inglese; fortunatamente trovai presto lavoro a Soho, come aiuto-cameriere in un ristorante italiano. Sul Tamigi passai sei mesi, visitando ogni sabato il famoso mercatino di Portobello Road, a Notting Hill; imparai molto, e mi portai un po’ di cianfrusaglie a casa: piccoli avori, bastoni da passeggio, orologi da tasca. Tante cose curiose che mi aprirono gli occhi su quella che poteva essere una futura attività commerciale. Il rientro in patria non fu comunque una libera scelta: dovetti obbligatoriamente rientrare in Italia perché, nel frattempo, era arrivata la cartolina del servizio militare.
Conclusa la naja, e tornato a casa, notai sul Viale Zara, vicino al Rondò di Monza, una cadente cascina; la presi in affitto. I proprietari mi concessero un canone favorevole, perché, oltre ad averla in parte restaurata, me ne prendevo cura».
«A maggio ottenni la licenza di vendita di antiquariato dal Comune di Monza. Mi feci quindi prestare dai miei fratelli tre milioni di lire, che mi permisero di fare il mio primo sostanzioso acquisto, nel Regno Unito. Acquistai principalmente mobili: credenze, tavoli, sedie, poltrone, ed altre cose minori dell’età vittoriana.
A Leeds conobbi poi un personaggio straordinario — l’antiquario Charles Seep — che mi portò a conoscere negozi e magazzini di antiquariato per tutta l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Per un decennio feci avanti e indietro, anche otto volte l’anno, tra l’Italia e le Isole Britanniche: guadagnando un po’, e imparando molto».
«Col tempo venne però meno l’interesse generale per i mobili inglesi; fortunatamente, avevo nel frattempo accumulato molte altre cose interessanti. Nell’Ottocento il Regno Unito aveva dominato mezzo mondo, ed era possibile trovare sul suo territorio un’infinità di oggetti in argento, in avorio, in legni pregiati; oggetti apprezzatissimi dai collezionisti, me compreso.
Cominciai perciò a frequentare assiduamente, con le mie rarità d’oltremanica, i mercatini italiani: Bollate, Brescia, Bergamo, Arezzo, Città di Castello. Nel frattempo mi ero sposato, e grazie anche al sostegno di mia moglie cominciammo a partecipare alle mostre: il Mercante in Fiera di Parma, Sabbioneta, Verona, Modena, Cortona, Pennabilli, Siena… e poi quelle di Milano: la Permanente di Via Turati, la Biennale in Fiera. Esposizioni fantastiche che ci stimolarono a migliorare la qualità delle nostre cose, la loro rarità e bellezza. Spesso scoprivamo oggetti poco conosciuti, ma molto importanti: strumenti scientifici, antichi libri religiosi ricchi di pagine miniate, smalti francesi, vanitas di vario genere, ed altre rarità che proponevamo ai collezionisti.
Sognavamo di acquistare un caravan per essere più liberi e godere al meglio questa vita un po’ zingaresca: ma le cose cambiarono».
«Un antiquario di Via Madonnina, in Brera, aveva infatti deciso di andare in pensione: ci stabilimmo perciò nel suo negozio. Ciò ci permise di migliorare il nostro lavoro, con antiquariato più prezioso e più raro. Da allora in via Madonnina c’è ancora la nostra sede. Il luogo è piccolo, ma colmo di cose preziose, e molto rare.
Dal 2008 sono seguito da mia figlia Cristina, che mi segue appassionandosi a tutto ciò che ci passa tra le mani. Ora è lei l’antiquaria, ed io sono il consigliere.
Mi piacerebbe ritrovare una pistola lanciarazzi del ’15–’18. La metterei in un cofanetto, con la scritta Non in vendita».
«Avevo quattordici anni quando trovai una pistola lanciarazzi della guerra del ’15–‘18: fu quel giorno che iniziò la mia passione per le cose vecchie. Le mie possibilità economiche erano allora limitatissime; lo stesso, riuscivo a guadagnare qualche soldo rivendendo gli arnesi acquistati nei bric-à-brac e rutamàt del circondario.
Qualche anno più tardi mi recai in Inghilterra: terminato un corso di lingua ad Oxford, mi trasferii a Londra, lì dove finii gli ultimi soldi che avevo messo da parte per l’avventura inglese; fortunatamente trovai presto lavoro a Soho, come aiuto-cameriere in un ristorante italiano. Sul Tamigi passai sei mesi, visitando ogni sabato il famoso mercatino di Portobello Road, a Notting Hill; imparai molto, e mi portai un po’ di cianfrusaglie a casa: piccoli avori, bastoni da passeggio, orologi da tasca. Tante cose curiose che mi aprirono gli occhi su quella che poteva essere una futura attività commerciale. Il rientro in patria non fu comunque una libera scelta: dovetti obbligatoriamente rientrare in Italia perché, nel frattempo, era arrivata la cartolina del servizio militare.
Conclusa la naja, e tornato a casa, notai sul Viale Zara, vicino al Rondò di Monza, una cadente cascina; la presi in affitto. I proprietari mi concessero un canone favorevole, perché, oltre ad averla in parte restaurata, me ne prendevo cura».
«A maggio ottenni la licenza di vendita di antiquariato dal Comune di Monza. Mi feci quindi prestare dai miei fratelli tre milioni di lire, che mi permisero di fare il mio primo sostanzioso acquisto, nel Regno Unito. Acquistai principalmente mobili: credenze, tavoli, sedie, poltrone, ed altre cose minori dell’età vittoriana.
A Leeds conobbi poi un personaggio straordinario — l’antiquario Charles Seep — che mi portò a conoscere negozi e magazzini di antiquariato per tutta l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Per un decennio feci avanti e indietro, anche otto volte l’anno, tra l’Italia e le Isole Britanniche: guadagnando un po’, e imparando molto».
«Col tempo venne però meno l’interesse generale per i mobili inglesi; fortunatamente, avevo nel frattempo accumulato molte altre cose interessanti. Nell’Ottocento il Regno Unito aveva dominato mezzo mondo, ed era possibile trovare sul suo territorio un’infinità di oggetti in argento, in avorio, in legni pregiati; oggetti apprezzatissimi dai collezionisti, me compreso.
Cominciai perciò a frequentare assiduamente, con le mie rarità d’oltremanica, i mercatini italiani: Bollate, Brescia, Bergamo, Arezzo, Città di Castello. Nel frattempo mi ero sposato, e grazie anche al sostegno di mia moglie cominciammo a partecipare alle mostre: il Mercante in Fiera di Parma, Sabbioneta, Verona, Modena, Cortona, Pennabilli, Siena… e poi quelle di Milano: la Permanente di Via Turati, la Biennale in Fiera. Esposizioni fantastiche che ci stimolarono a migliorare la qualità delle nostre cose, la loro rarità e bellezza. Spesso scoprivamo oggetti poco conosciuti, ma molto importanti: strumenti scientifici, antichi libri religiosi ricchi di pagine miniate, smalti francesi, vanitas di vario genere, ed altre rarità che proponevamo ai collezionisti.
Sognavamo di acquistare un caravan per essere più liberi e godere al meglio questa vita un po’ zingaresca: ma le cose cambiarono».
«Un antiquario di Via Madonnina, in Brera, aveva infatti deciso di andare in pensione: ci stabilimmo perciò nel suo negozio. Ciò ci permise di migliorare il nostro lavoro, con antiquariato più prezioso e più raro. Da allora in via Madonnina c’è ancora la nostra sede. Il luogo è piccolo, ma colmo di cose preziose, e molto rare.
Dal 2008 sono seguito da mia figlia Cristina, che mi segue appassionandosi a tutto ciò che ci passa tra le mani. Ora è lei l’antiquaria, ed io sono il consigliere.
Mi piacerebbe ritrovare una pistola lanciarazzi del ’15–’18. La metterei in un cofanetto, con la scritta Non in vendita».
Arte e antiquariato in Brera dal 1966
Lunedì aperto su appuntamento
Da martedì a sabato 11:00 – 19:00
Aperto la terza domenica del mese
(in occasione del Mercatino di Brera)
Arte e antiquariato in Brera dal 1966
Lunedì aperto su appuntamento
Da martedì a sabato 11:00 – 19:00
Aperto la terza domenica del mese (in occasione del Mercatino di Brera)
Arte e antiquariato in Brera dal 1966